DOBBIAMO ANDARE AVANTI! AVANTI DOVE?

Autore: prof. Gianfranco Zavelloni

Oggi si vuole tutto velocemente e nessuno ha più tempo per aspettare.

Grazie alla televisione prima, e alle reti telematiche ora, è di gran voga la somministrazione di notizie “in tempo reale”, “in diretta”. Si è cioè convinti di potere di più se si è “in rete” con tutto il mondo attraverso un computer, un telefono o un monitor. A cosa serve tutto questo? Spesso non si sa. Si sa solo di essere collegati con tutto il mondo. Forse si ottiene un grande senso di sicurezza, di protezione, rispetto alla sensazione di “esser soli”. Si vive con il mito incalzante del tempo reale e si sta perdendo la capacità di saper attendere.

Chi ha più il tempo di aspettare l’arrivo di una lettera? Oggi è possibile alzare la cornetta e sentire la persona con cui si vuol comunicare in pochi secondi. Che vantaggio c’è nello scrivere delle lettere? Se tutto va per il giusto verso c’è da attendere una settimana. Molto meglio il telefono, la posta elettronica, la chat. Siamo in sostanza nell’epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro modo di vivere. Non abbiamo più il tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo “tutto e subito” in tempo reale.

Generalmente in psicologia si dice che una delle differenze fra i bambini e gli adulti risiede nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere del tutto e subito, mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà, cioè saper fare sacrifici oggi per godere poi domani. Mi sembra che oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivano esattamente come i bambini secondo le modalità del “voglio tutto e subito”.

Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare?

A mio avviso è indispensabile intraprendere un nuovo itinerario educativo, quella che io definisco Pedagogia della Lumaca. Ho preso coscienza di quest’amara realtà in due occasioni.

Ozio, lentezza e nostalgia di Christoph Baker Il libro di Baker mi ha letteralmente fulminato. È un vero e proprio manuale di pedagogia con spunti didattici, per chiunque voglia avventurarsi nell’affascinante mondo della scuola, fatta d’idee e teorie (la pedagogia) e di pratica quotidiana (la didattica). La seconda occasione me l’ha offerta tempo fa la madre di una ragazzina, che venne a trovarmi in presidenza. Parlando dell’esperienza scolastica che stava vivendo la figlia, da pochi mesi in prima media, disse: “Sa preside, l’altro giorno mia figlia mi ha detto: ‘Mamma, gli insegnanti ci dicono sempre che dobbiamo sbrigarci, che non possiamo perdere tempo perché dobbiamo andare avanti. Ma mamma, dove dobbiamo andare? Ma avanti dove?’”. Da quel preciso istante ho iniziato a pormi delle domande. Mi sono chiesto:

– Dobbiamo davvero correre a scuola?

– Siamo sicuri che questa sia la strategia migliore?

– Dobbiamo per forza assecondare una società che c’impone la fretta a tutti i costi?

STRATEGIE DIDATTICHE DI RALLENTAMENTO

È iniziato così per me una ricerca di tutte quelle strategie didattiche di rallentamento: del “perdere il tempo” L’opera concreta è quella di ribaltare alcune pratiche educative e didattiche che ormai per inerzia sono entrate nelle consuetudini delle scuole. Diviene indispensabile riflettere sulle pratiche didattiche e proporne di nuove, che forse per alcuni sembreranno vecchie o già poste negli archivi del passato.

  1. Perdere tempo a parlare. C’è una fase, di solito l’inizio del primo anno di un nuovo ciclo scolastico, in cui tutto il tempo perso a parlare e ad ascoltare i ragazzi nelle loro storie personali è preziosissimo. È il tempo della scoperta, della conoscenza dei vissuti personali, dell’elaborazione di buone regole comuni del vivere insieme. Perdere tempo senza “fare il programma” (uno dei principali motivi d’ansia dei nostri insegnanti) non è di certo perdere tempo. Ci sarebbe molto da riflettere, a tal proposito, su tutte quelle attività di cosiddetta continuità fra i diversi gradi di scuola… se poi non perdiamo tempo a conoscere i nostri ragazzi!
  2. Ritornare alla cannetta e al pennino. Qui si parla di penna stilografica, di cannetta, pennino e inchiostro. È l’arte della calligrafia, dello scrivere bene, della bella scrittura. Nell’era del computer si tratta di sperimentare la tecnica dell’inchiostro e del pennino. E scopriremo subito l’effetto: i ragazzi si tranquillizzano e mettono ordine nelle loro pratiche quotidiane.
  3. Passeggiare, camminare, muoversi a piedi. È la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo bene e a fondo nelle sue vicende storiche e geografiche. Farlo insieme, con tutti i compagni della classe, permette di vivere emozioni, volgere lo sguardo su particolari mai visti dall’abitacolo delle nostre veloci automobili, sentire gli odori, provare sensazioni che creano legami. Per questo sarebbe davvero importante incominciare (o ricominciare) a fare gite a piedi, o in bicicletta.
  4. Disegnare anziché fotocopiare. La fotocopia è la grande maledizione delle nostre scuole. Oggi si fotocopia tutto. Abbiamo la mania di riprodurre tutto con una fotocopia e “darlo da colorare ai nostri ragazzi” oggi diventati espertissimi nel riempire di colore gli spazi di una fotocopia. Bisogna recuperare l’originalità del fare personalmente, con il disegno proprio. Disegnare e creare da soli tavole, schemi e organigrammi. Solo così gli apprendimenti saranno nostri.
  5. Guardare le nuvole nel cielo e guardare fuori dalla finestra. Conosco una maestra che porta spesso i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola. Nelle giornate nuvolose e di vento, li fa sdraiare per terra e guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme e movimenti. È scuola questa? Si è scuola, una eccezionale scuola di poesia.
  6. Scrivere lettere e cartoline vere, usandole come mezzo artistico. Nell’era della posta elettronica provo un senso di disagio quando ricevo gli auguri di Natale con una lettera di posta elettronica indirizzata ad altre 150 persone (l’indirizzario personale di chi scrive). Si fa prima e non si perde tempo: questa è la motivazione. Non c’è nulla di più spersonalizzante. Che bello, invece, ricevere e scrivere una cartolina, una lettera singola, un biglietto personalizzato.

 

CHI E’ GIANFRANCO ZAVALLONI?

Ho trascorso un’infanzia felice. Passata soprattutto attorno alla mia casa. Ho giocato fin da piccolo con la terra e l’acqua. Non è di tutti i bambini potersi sporcare in mezzo a piccoli fossetti d’acqua che portano da bere, in luglio, ai peschi o ai fagiolini rampicanti. Oppure avere un banco con gli attrezzi da falegname, con cui potersi costruire giocattoli di legno.

Ora, a 50 anni, vivo nella cosiddetta bioregione Romagna vicino a Cesena. Il mio attuale lavoro è fare il Dirigente Scolastico dopo aver fatto, per 16 anni il maestro di scuola materna. Sono incaricato all’Ufficio Scuola e Cultura del Consolato dell’Italia di Belo Horizonte, in Brasile.

Mi piace una scuola creativa, attenta all’ecologia pratica, alle abilità manuali, alle lingue locali, alla multiculturalità. Ho promosso la diffusione degli orti nelle scuole. Amo disegnare e dipingere. Per passione faccio burattini nella compagnia teatrale Baracca & Burattini. Sono fra i fondatori dell’ Ecoistituo di Cesena, una onlus che lavora per diffondere le tecnologie a misura d’uomo.

DOBBIAMO ANDARE AVANTI! AVANTI DOVE?


PEDAGOGIA DELLA LUMACA

di Gianfranco Zavalloni , edito da Emi.

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