I BAMBINI NON SONO UN BUSINESS

L’Africa è la culla dell’umanità. In questo continente sono stati ritrovati i più antichi reperti umani. Le più remote tracce della comparsa del genere uomo sono state originate da questa curiosa e, per alcuni, lontana terra emersa.

E’ in questa patria che vivono milioni di bambini. Piccini.

E’ in questa patria che vivono milioni di bambini. Sfiniti.

E’ in questa patria che vivono milioni di bambini. Bisognosi di altruismo.

Bambini che si confondono tra il cielo e il fango. Che annusano l’abiezione di gestioni immorali. Che riconoscono condotte faticose e generose. Che sorridono a chi li accudisce.

E’ il caso di un uomo italiano (anche lui un tempo bambino). Trentino. Mario Battocletti è un medico chirurgo che lavora come volontario in Tanzania, in collaborazione con l’onlus “Medici con l’Africa Cuamm”.

Insieme alla sua equipe ha organizzato il reparto di ortopedia, presso l’ospedale locale di Iringa. Il suo compito è intervenire sull’utenza ed insegnare ai medici locali la chirurgia riabilitativa nelle malformazioni che colpiscono i bambini.

mondodiluna.it lo ha contattato e il professore Battocletti ha risposto, con trasporto e professionalità, alle nostre domande.

Chi è il signor Battocletti e chi è il dott. Battocletti?

Mario Battocletti e’ il primogenito di 4 fratelli ormai grandi, cresciuto in Trentino negli anni in cui si andava a raccogliere mele nei pomeriggi di scuola, per comperarsi la motoretta ed emanciparsi un pochino: poi gli studi in medicina ed un viaggio in Africa 20 anni fa, quando ero solo un 20enne. Quella esperienza, breve di soli due mesi ma comunque pionieristica per quei tempi, ha suggellato un patto con il continente africano: volevo diventare medico e tornare per lavorare qui.

Qual è stata la molla, l’evento realmente primitivo di questa romantica, meravigliosa e direi impegnativa scelta di vita?

Ho conosciuto mia moglie Miriam pochi mesi dopo essere tornato dall’Africa e con lei ho manifestato subito il desiderio di tornare: ma come molte sciocchezze, che si dicono da ragazzi, non sono stato preso sul serio. Poi la fortuna di un buon lavoro, una bellissima famiglia, tre bambini meravigliosi e l’amicizia con Fulvio, un ortopedico che aveva gia’ fatto la scelta dell’Africa molti anni fa. Siamo andati a trovarlo a Kampala nel 2003 e abbiamo considerato che potevamo farlo anche noi. E’ stato un percorso lungo e non semplice, in cui siamo stati seguiti ed aiutati dallo staff di Medici con l’Africa CUAMM di Padova. E’ stato un percorso maturato con fatica e convinzione, non un colpo di testa.

Ritornerà mai in Italia per distribuire i suoi interventi a chi ne ha bisogno?

Tornare in Italia rimane sempre una cosa possibile e fattibile in ogni momento, rimaniamo legati alla nostra terra e ai nostri parenti e amici, che ci mancano sempre. Quando i figli crescono, diventa sempre più difficile mantenere la scelta e quindi non ci facciamo mai illusioni. Certo, in Italia ci sono moltissimi medici che possono fare quello che faccio io qui, e molto meglio: qui invece purtroppo siamo in pochissimi e il numero di piccoli pazienti che vedo ogni giorno sono la molla che mi entusiasma e mi ricarica malgrado le fatiche.

Chi sono i bambini della Tanzania?

Sono 15 milioni di bimbi come i nostri, con la stessa vivacità ed entusiasmo della vita, con poco cibo e scarsità di acqua, che cominciano a lavorare già da piccoli, che non sanno perchè muoiono a 10 anni di AIDS e non hanno fatto niente di male.

Cos’è la sanità in Tanzania?

E’ una specie di chimera, sembra bella fuori ma è evanescente e senza sostanza. Tante parole ma pochi farmaci, poca diagnostica e quindi poca terapia. E tutti parlano di AIDS ma si continua a morire, e tanto, anche di molte altre malattie che c’erano anche prima e che ci continueranno ad essere. E poi poca competenza, un vero abisso con i nostri sistemi sanitari.

Leggo dell’impegno nel fare calcoli, stime per registrare progressi che permetteranno alla vostra equipe di poter ricevere finanziamenti… non per farvi i conti in tasca, ma quanto effettivamente impegna, economicamente, un’assistenza dignitosa in Tanzania?

Adesso non so quantificare bene, i progetti prevedono budget complicati e a volte assurdi. Per curare un bimbo di una grossa malformazione non servono più di 100 euro, intervento, farmaci, stampelle, scarpe speciali prodotte in loco, visite di controllo, trasporto. Per mandare un medico specialista con tre figli e moglie a carico il ministero spende 2000 euro al mese più poche briciole per i famigliari, e un biglietto aereo in classe economica ogni due anni. Prova a vedere quanto prende un diplomatico… Chi vuoi che faccia questo mestiere?

Quanti pazienti bambini ricevete in media. E qual è la patologia con la quale la maggior parte di essi si presenta e perchè proprio quella?

Nel mio caso ho visto circa 600 pazienti al mese di cui la meta’ bambini e per lo più sono traumi e fratture, perchè anche qui la gente si fa male, anche qui il traffico aumenta e anche gli incidenti. Poi ci sono i piedi torti e le altre malformazioni congenite, infezioni delle ossa deformanti, poliomielite, paralisi cerbrali da parto o dopo meningite, fratture non trattate (quasi nessuno le sa trattare) da cui residuano gravi disabilita’.

Come si reagisce alla rabbia, alla furia, all’emozione che si prova nel constatare l’ingiustizia nella quale vivono i più piccoli?

Bella domanda e fatta alla persona sbagliata, o forse giusta, non lo so. Ogni tanto me ne vado sconsolato per non arrabbiarmi, confuso dall’indifferenza che questa gente porta davanti alle ingiustizie, alle quali è abituata da tanto tempo. A volte vorrei tornare indietro, vedo che non ce la faremo mai, né io né loro anche insieme… ma quei numeri di cui sopra, alla fine, dimostrano che almeno qualche numero bello tondo e grande alla fine dell’anno esce fuori e allora qualcosa abbiamo fatto, tutti insieme. Anche la nonnina che si è tolta 50 euro dalla sua piccola pensione e me li ha mandati qui per aiutare qualcuno. E quindi si ricomincia. Ma non è simile all’Italia, forse?

Se non sbaglio, in Tanzania si trova dal gennaio 2007, com’era e com’è oggi la situazione in ospedale?

Non ho dubbi a risponderle che è ribaltata, il reparto va anche troppo bene rispetto agli standard, i numeri anche qui parlano chiaro come le code di persone che aspettano ogni mattina. Sono ben supportato in strumentazione e attrezzature varie dall’Italia, non mi manca nulla. Anche il gruppo di persone con cui lavoro ha preso entusiasmo, segno che abbiamo impostato bene il lavoro ed è per questo che sono contento di stare qui (le pretese di un occidentale sono sempre e comunque troppe).

Leggo che la sua permanenza vede anche il supporto “coraggioso” di tutta la sua famiglia. E i suoi di bambini, come vivono questa scelta indiretta, come guardavano e come guardano oggi, come imparano quello che apprendono in maniera standard tutti i bimbi che hanno la possibilità di andare a scuola?

Domanda facilissima perché i miei bimbi sono felicissimi, liberi, parlano perfettamente due lingue, conoscono bimbi di tutto il mondo e stanno con i loro genitori più di quando eravamo in Italia. E colgono, capiscono e vedono, senza violentarli con certe situazioni: e spero che un giorno si ricordino di quel matto del loro padre e possano dire che è stata in fondo una scelta giusta, unica e indimenticabile.

Qual è stato il momento che ricorda con più tensione e quello con più leggerezza?

Ero appena arrivato in Etiopia, la sera sono andato in ospedale per telefonare e ho visto i corridoi stracolmi di bimbi con la malaria: ho fatto i salti mortali per cercare di metter terapie e ossigeno. Dopo una telefonata di 20 minuti sono uscito e 8 di loro erano già morti. Ma la tensione maggiore la provo, a volte, verso l’indifferenza del personale sanitario e la rassegnazione dei genitori, non mi ci sono ancora abituato. Un giorno sono entrato in pediatria e ho visto Davide, il mio bimbo più piccolo, che allora aveva un anno e mezzo, seduto sotto un letto che giocava con il tubicino di nutrizione di un povero bimbo malato. Era scappato di casa per venire a cercarmi e tutti lo stavano cercando con agitazione. Stava lì sorridente, nulla di quelle disgrazie lo poteva scalfire, era invidioso che il bambini avesse la cannuccia permanente e lui no…Ho riso tanto davanti a tutte le nostre angoscie.

Dia un messaggio ai nostri bambini.

Che e’ come darlo ai miei in fondo: cercate di volervi sempre tanto bene, adesso che siamo di tutti i colori anche in Italia e quindi abbiamo la possibilità di conoscere tanti altri bimbi del mondo. E quando siete grandi andate a vistare anche gli stati dove vivono i vostri amici non italiani, vedrete che sono bellissimi. Un buon natale, con tanti regali(…)

I miei alunni (13 bambini di 6 anni e 22 di 7) aspettano Santa Lucia, i suoi di bambini (africani e biologici) cosa attendono?

Anche i miei bimbi non vedono l’ora di tornare per Santa Lucia e riabbracciare i nonni e cugini a Natale: i bimbi africani aspettano molti giochi che i miei bimbi doneranno prima di partire (ne hanno troppi, viziati via posta dai nonni) ma forse aspettano che i nostri interessi economici passino in secondo piano e che si cominci a pensare seriamente a non fare business anche delle loro malattie e sfortune. Ci siamo capiti?

I BAMBINI NON SONO UN BUSINESS

Giovanna Mauro

è ideatrice e curatrice di mondodiluna.it. Insegnante di scuola primaria e appassionata lettrice ad alta voce di storie per l'infanzia. Legge per strada, nei parchi, nelle librerie e ovviamente in classe. Collabora con l’Onlus “Save the Children” e con l”Unicef”. Ha lavorato come redattrice nei quotidiani locali la “Gazzetta di Avellino” e “Ottopagine”.

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